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"Diritto di rivalsa", questo sconosciuto: solo il 20% delle aziende italiane lo esercita.

Nonostante la giurisprudenza italiana in materia sia consolidata fin dal 1988, e confermata dalle più recenti sentenze, pochi datori di lavoro chiedono il risarcimento nel caso in cui un loro dipendente sia vittima di un incidente stradale.

A giocare un ruolo chiave nella sostanziale rinuncia ad un diritto acclarato è la scarsa conoscenza della normativa e dei verdetti dei tribunali di ultimo grado.

Eppure la fattispecie è frequente: se il lavoratore di un'azienda viene coinvolto in un sinistro stradale, in caso di danni fisici rimarrà a casa in malattia. Nel caso in cui il dipendente sia vittima e non responsabile dell'incidente (ovvero a causarlo sia stato il conducente dell'altra vettura), l'Inps pagherà parte dello stipendio e poi si rivarrà sull'assicurazione del responsabile del sinistro. Nel frattempo il datore di lavoro dovrà sostenere i costi che maturano per il suo dipendente, pur non avendo alcuna responsabilità.

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Cosa dice la legge? La sentenza del 12 novembre 1988, nr 6132, delle Sezioni unite della Corte di Cassazione stabilisce che il datore di lavoro - esattamente come l'Inps - ha diritto di richiedere il risarcimento all'assicurazione del responsabile dell'incidente stradale. Lo stesso pronunciamento della Cassazione prevede in questi casi due anni di prescrizione. Ciò significa che l'azienda può richiedere il risarcimento per tutti i casi degli ultimi due anni.

Precisamente, la sentenza 6132/1988 della Cassazione stabilisce che: "Il responsabile di lesioni personali in danno di un lavoratore dipendente, è tenuto a risarcire il datore di lavoro per le mancata utilizzazione delle prestazioni lavorative. Il danno del datore di lavoro può essere liquidato sulla base dell'ammontare della retribuzione e dei contributi previdenziali, obbligatoriamente pagati dal medesimo datore di lavoro per il periodo di assenza del dipendente infortunato".

 

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La giurisprudenza recente, nella sentenza della Cassazione n. 2844 del 2010, mette particolarmente in luce il "nesso di causalità" relativamente all'infortunio del dipendente, "Che come tale deve essere risarcito dal terzo responsabile del fatto". A motivare questo indirizzo giurisprudenziale è la normativa che prevede che anche dopo l'intervento delle assicurazioni sociali, circa il 60% della retribuzione corrisposta al dipendente infortunato rimanga a carico del datore di lavoro.

Su quest'onere esiste il "diritto di rivalsa" da parte del datore di lavoro e può essere rifuso da parte di chi ha cagionato il danno o dalla sua compagnia di assicurazione. Sempre la sentenza della Cassazione n. 2844 del 2010 (che cita sia la più volte menzionata sentenza 6132/88 sia la successiva 5373/89) evidenzia infatti che "Costituiscono componente di tale danno anche i contributi dovuti dal datore di lavoro agli enti di assicurazione sociale".

E' altresì vero che non tutti sono a conoscenza delle procedure da mettere in atto per ottenere la liquidazione. Da una recente indagine a campione risulta che circa l'80% delle imprese non esercita l'azione di rivalsa in caso di assenza di dipendenti per fatti imputabili a terzi. Ciò causa una perdita complessiva stimabile in 50 milioni di euro ogni anno.